Il documentario Divia, diretto dal filmmaker ucraino Dmytro Hreshko, è un’opera che unisce profondità estetica, denuncia ecologica e memoria collettiva. Presentato nell’ambito del vertice ONU sul clima e analizzato criticamente da Cinemacy, il film si impone come una delle più potenti rappresentazioni audiovisive dei danni invisibili e spesso ignorati della guerra: quelli inflitti agli ecosistemi.
Secondo quanto riportato relativamente alla sua partecipazione alla conferenza climatica delle Nazioni Unite a Belém, in Brasile, Divia è stato scelto non solo come prodotto culturale, ma come vero e proprio atto politico. La sua proiezione all’ONU ha infatti l’obiettivo di ricordare che la guerra non devasta soltanto città, infrastrutture e vite umane, ma lacera anche territori, foreste, fauna e risorse naturali. L’Ucraina, ancora al centro del conflitto, ha portato così sul palco internazionale una testimonianza visiva della distruzione ambientale causata dall’invasione russa. Le immagini delle foreste bruciate, dei campi crivellati dagli ordigni e delle aree allagate restituiscono un’idea concreta di quello che gli esperti definiscono ecocidio: un danno sistematico alla natura, duraturo e difficilmente reversibile.
L’opera si distingue per la scelta radicale di rinunciare completamente ai dialoghi. Il racconto è affidato alle immagini e al suono: foreste, fiumi, animali, pianure, stagioni che cambiano e segnano il ritmo di una terra che continua a respirare nonostante tutto. All’inizio, il film apre una finestra su un’Ucraina ancora intatta, dove la biodiversità è rigogliosa, la vita animale è libera e la natura sembra custodire un equilibrio millenario. È una dimensione quasi primordiale, immersiva, che mette lo spettatore in ascolto.
Eppure, nonostante la ferita aperta, il documentario non si limita alla denuncia. Mostra anche il lento, ostinato tentativo della natura di risorgere. L’erba torna a crescere, gli animali ricompaiono timidamente, gli ecosistemi provano a riorganizzarsi. Non si tratta di un messaggio consolatorio, ma di un invito a comprendere la complessità della resilienza naturale. La vita ricomincia, sì, ma porta con sé profonde cicatrici e richiede condizioni di pace e cura per potersi davvero ristabilire.
Il film suggerisce implicitamente una responsabilità condivisa: la guerra non è un evento confinato ai confini geopolitici, ma un trauma che si imprime anche negli ecosistemi, compromettendo risorse, habitat e il delicato equilibrio che sostiene la vita. L’autore, con grande sensibilità, sottolinea come la distruzione ambientale sia un prezzo altissimo, spesso ignorato, che si aggiunge alle tragedie umane.
Divia appare così come un’opera necessaria. Attraverso la forza visiva delle sue immagini e l’intensità della sua costruzione sonora, mette lo spettatore davanti a una verità netta: il pianeta paga ogni guerra, e lo fa in modi che rimarranno tangibili per generazioni. La natura non è un semplice sfondo dei conflitti, ma un soggetto vivo che subisce, resiste e, quando possibile, rinasce.
Il risultato è un documentario che unisce poesia e denuncia, contemplazione e urgenza, bellezza e dolore. Un’opera che invita a guardare oltre il visibile, a comprendere ciò che spesso rimane fuori dall’inquadratura della narrazione bellica tradizionale. E soprattutto, è un promemoria potente del fatto che proteggere la natura non è un lusso, ma una necessità che riguarda tutti: perché la terra parla, e le sue ferite raccontano sempre la verità.
Il trailer del documentario può essere visto qui.
