Quando il ciclone Ditwah ha colpito lo Sri Lanka a fine novembre 2025, il Paese si è trovato improvvisamente immerso in uno dei peggiori disastri naturali della sua storia recente. La tempesta, inizialmente classificata come un sistema ciclonico di media intensità, si è rivelata un fenomeno meteorologico devastante, capace di innescare frane, inondazioni e distruzione diffusa su tutto il territorio nazionale. Nel giro di pochi giorni, il bilancio delle vittime ha iniziato a salire in modo drammatico: oltre un centinaio di morti nelle prime ore, poi più di 600 nei giorni successivi, fino a superare quota 640 secondo varie valutazioni istituzionali e internazionali. A questo si aggiungono centinaia di dispersi, un numero imprecisato di feriti e un Paese in ginocchio.
Il ciclone ha colpito tutte le 25 province dello Sri Lanka, con impatti particolarmente severi nelle zone collinari centrali, dove il terreno saturo ha ceduto generando frane improvvise che hanno travolto interi villaggi. Le piogge torrenziali hanno trasformato fiumi e canali in correnti impetuose che hanno sommerso strade, ponti, abitazioni e terreni coltivati. I sobborghi della capitale Colombo e i distretti settentrionali e orientali sono stati gravemente danneggiati, con quartieri evacuati in fretta e persone costrette a fuggire portando con sé solo lo stretto indispensabile. Intere comunità si sono ritrovate isolate, con vie di comunicazione interrotte e infrastrutture critiche – compresi sistemi idrici ed elettrici – fuori uso per giorni.
Nel momento più critico dell’emergenza, quasi mezzo milione di persone risultavano sfollate: alcune ospitate in centri di evacuazione allestiti dal governo, altre costrette a trovare rifugio presso parenti, amici o strutture di fortuna. Il numero dei senzatetto è aumentato rapidamente, man mano che le autorità iniziavano a valutare l’entità dei danni: decine di migliaia di abitazioni sono state completamente distrutte, molte altre gravemente compromesse. La mancanza di acqua potabile, i black-out diffusi e la saturazione degli ospedali hanno aggravato ulteriormente la situazione, aumentando il rischio di epidemie e peggiorando le condizioni sanitarie delle famiglie già vulnerabili.
L’impatto economico è stato altrettanto devastante. Il ciclone ha provocato ingenti danni alle infrastrutture nazionali, alle reti dei trasporti e soprattutto al settore agricolo, uno dei pilastri dell’economia del Paese. Le coltivazioni di riso, ortaggi e spezie – fondamentali sia per l’alimentazione interna che per l’esportazione – sono state sommerse per giorni, compromettendo i raccolti e mettendo a rischio la sicurezza alimentare di milioni di persone. Anche il settore della pesca ha subito perdite importanti: barche distrutte, porti danneggiati e comunità costiere travolte dalle inondazioni.
Di fronte a una crisi di portata così vasta, le autorità hanno dichiarato lo stato di emergenza nazionale e lanciato un appello internazionale. Squadre di soccorso, contingenti militari e volontari locali hanno lavorato senza sosta per portare aiuto alle zone colpite, ma la scala del disastro ha reso evidente la necessità di supporto esterno. Vari Paesi hanno risposto inviando aiuti umanitari, forniture mediche, team di recupero e beni essenziali, mentre organismi delle Nazioni Unite e ONG internazionali hanno iniziato valutazioni rapide dei bisogni per coordinare una risposta strutturata.
Le organizzazioni umanitarie hanno ribadito la gravità della situazione: oltre un milione di persone necessitano tuttora di assistenza urgente, tra cui centinaia di migliaia di bambini. Le scuole danneggiate o trasformate in rifugi temporanei hanno interrotto l’istruzione per settimane, mentre molte famiglie denunciano mancanza di cibo, acqua e medicinali. I rischi di protezione sono aumentati, soprattutto per donne, minori e persone con disabilità, costretti a vivere in spazi sovraffollati e privi di servizi adeguati. Le emergenze legate a igiene, acqua e salute pubblica si stanno rivelando difficili da gestire, complici le condizioni del terreno e il collasso delle reti di distribuzione.
Nonostante le operazioni di soccorso continuino, le autorità e gli organismi internazionali sottolineano che la fase critica non è ancora superata. Le piogge monsoniche, ancora attive in alcune regioni, ostacolano le attività di recupero e aumentano il rischio di nuove frane. Le operazioni di ripristino delle infrastrutture richiederanno ingenti risorse finanziarie: le prime stime indicano danni per miliardi di dollari, una cifra elevatissima per un Paese che stava già affrontando una complessa crisi economica.
La ricostruzione si presenta quindi come una sfida a lungo termine, che richiede coordinamento, finanziamenti consistenti e capacità di resilienza. A livello politico ed economico, il ciclone Ditwah ha messo in luce la fragilità delle reti di protezione sociale e delle infrastrutture del Paese, ma anche la necessità di investire in sistemi di allerta precoce, gestione delle emergenze e adattamento climatico. Per molte comunità, tuttavia, l’imperativo attuale rimane uno solo: sopravvivere e ricominciare.

