Siamo solo a dicembre ma il campionato della Juve potrebbe già essere al capolinea. È il fallimento della gestione Blanc, che in soli tre anni ha bruciato due allenatori esperti, per affidare la guida tecnica ad un esordiente, inseguendo il modello "Guardiola" 

di Thomas L. Corona
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Roma, martedì 1 dicembre 2009 – Ferrara e la Juventus si giocano tutta la stagione in una manciata di giorni. Il 6 dicembre a Torino c’è la corazzata Inter; l’8 dicembre sempre in casa lo spareggio di Champions con il Bayern Monaco (che domenica ha vinto 3-0 ad Hannover). Se dovesse fallire entrambe le partite la Vecchia Signora si troverebbe tagliata fuori dalla corsa scudetto, a – 11 dalla squadra di Mourinho, e fuori dall’Europa che conta. Potrebbe ancora sperare in un ripescaggio per l’Europa League, certo non il massimo per una squadra e una società che quest’anno ha speso tanto ed è partita con un obiettivo ambizioso: fermare lo strapotere dei nerazzurri e riprendersi quel tricolore che le è stato strappato per lo scandalo di Calciopoli, e che manca ormai da troppi anni. Eppure, nonostante le dichiarazioni della vigilia ("la Juve quest’anno lotta su tutti i fronti"), in poco meno di tre mesi la Vecchia Signora sembra già essere arrivata al capolinea. La 14a giornata ha decretato che la distanza dai Campioni d’Italia è incolmabile. Per gioco, più che per uomini. Anche se di errori in campagna acquisti ne sono stati fatti molti. E non solo quest’anno. Quello che manca alla Juventus è un progetto tattico definito, una disposizione in campo che consenta ai giocatori di imporsi sulle altre squadre. O per lo meno di farsi apprezzare per una propria identità e mentalità, che non sia il solo lancio lungo verso l’unica punta. Manca in sostanza l’allenatore che possa dare schemi, tattiche, moduli e che sappia adattare il gioco nelle varie fasi della partita. Perché non solo ogni partita è diversa dall’altra, ma anche perché nel calcio moderno le chiavi di lettura cambiano in una stessa partita. Ferrara al momento non è l’allenatore in grado di dare gioco alla Juve. La sua inesperienza sta affondando lui e la squadra. Le prossime due partite sono decisive, ma l’impressione è che comunque vadano le cose la Juve può solo ritardare il lento naufragio a cui sembra destinato il progetto Ferrara.

Sia chiaro però che il fallimento della gestione Ferrara è sopratutto il fallimento della dirigenza bianconera, che dal 2006 a oggi ha bruciato allenatori, soldi e giocatori, cambiando tre tecnici in tre anni, nonostante avessero ottenuto i risultati richiesti. Ferrara è l’incolpevole "uomo della provvidenza", voluto da Blanc per allontanare Ranieri. Ma tutto era iniziato con Deschamps, il “guardiola” bianconero prima ancora che venisse fuori la moda Guardiola. Cobolli Gigli, Blanc e Secco gli chiedono di portare subito la squadra fuori dalla palude della Serie B. Lui lo fa e la dirigenza lo ringrazia mandandolo via e scegliendo Ranieri, dimenticando tra l’altro che il bravo Deschamps aveva quasi sfiorato l’impresa di vincere la Champions con il Monaco. A Ranieri i soliti Cabolli Gigli, Blanc e Secco chiedono l’impresa di riportare subito la Juventus nell’Europa che conta, quella popolata da Mancherster, Barcellona, Chelsea, Liverpool, Lione, Bayern, Arsenal. Lui lo fa, senza tra l’altro una vera e propria campagna acquisti di spessore, perché i soldi sono pochi. Arrivano Andrade e Tiago, reduci da infortuni; Grygera, Shaliamizic, Iaquinta. Andrà via però uno come Criscito, oggi punto di forza del Genoa di Gasperini. Non certo il massimo dei rinforzi. Meno male che a gennaio Ranieri punta, non molla e ottiene Momo Sissoko.

Al secondo anno di gestione la posta si alza. L’obiettivo è di migliorare il terzo posto, ma la campagna acquisti rimane scarsa. La dirigenza punta sui giovani e spera di incassare qualcosa dal cammino in Champions League. Arrivano Marchisio, Giovinco e De Ceglie, l’attacco si rinforza con Amauri. Manca un regista di spessore: si prova con Xabi Alonso, ma arriva Poulsen. Si prova a prendere anche Stankovic dall’Inter e Cannavaro dal Real Madrid, ma si desiste perché la tifoseria impone il proprio insensato punto di vista: sono mercenari e “traditori” non meritano la Juve. Con queste premesse, e con un rapporto tra Ranieri e Blanc (l’ambizioso deus ex machina della dirigenza di corso Ferraris) che si sfibra domenica dopo domenica, la Juve esce dalla Champions al secondo turno, ma arriva in fondo alla stagione in ottima posizione. A due giornate dalla fine viene però esonerato per un vistoso calo di rendimento, dovuto ai suoi rapporti tesi con la dirigenza che finiscono per mettergli contro la squadra. Traghetta Ferrara, ma di fatto il secondo posto è tutto dell’allenatore romano. Il resto è storia di oggi. All’inesperto Ferrara, riconfermato dopo il no di Lorrain Blanc all’altro Blanc, viene armata una buona squadra con qualche luce ma anche con qualche ombra: le cessioni di Zanetti e Marchionni per un Felipe Melo forse sopravvalutato. Il mancato acquisto di un attaccante giovane e di prospettiva da accostare a Amauri e Iaquinta. Alcuni giovani della scorsa stagione logorati soprattutto dall’ansia della dirigenza di ottenere risultati. L’inesperienza non paga, ma a tutti i livelli, anche dirigenziali, e così dopo soli tre mesi la Juve potrebbe dire addio ai suoi sogni di gloria e rimandare tutto al prossimo anno.  

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