Un colpo di Stato in commedia. Al Teatro Belli di Roma “Pane e Golpe”: le ultime fasi del colpo di Stato del “Principe Nero” Junio Valerio Borghese, tra gag comiche, impedimenti e battute dissacranti

di Marcello Tamasco
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Roma, 16 dicembre 2010 – In uno dei più antichi teatri della capitale, il Teatro Belli, è andato in scena la parodia del colpo di Stato del principe Junio Valerio Borghese, su testo di Marco Boccia, per la regia di Roberto Fei. Scorre il sipario e campeggia in scena un quadro del Duce e riecheggia forte l’annuncio del 25 luglio del 1943: “Attenzione…sua maestà il re e l’imperatore ha accettato le dimissioni dalla carica di capo del governo…presentate da Sua Eccellenza il cavaliere Benito Mussolini”. Inizia così la commedia sulle ultime fasi del colpo di Stato del “Principe Nero”. Sei attori, con pluriennale esperienza teatrale, ci narrano in stile surreale e dissacrante un episodio della nostra storia. Boutade cabarettistiche e gag al peperoncino per ridicolizzare la figura del despota, dei suoi servitori e trarre spunto, attraverso di esse, per rammentare una pagina buia della nostra Repubblica italiana. La notte del 7 dicembre del 1970 un manipolo di fascisti capeggiati dal principe Junio Valerio Borghese, con l’appoggio di mafia e massoneria, CIA e servizi segreti deviati, tentano il cosiddetto “Golpe Borghese”. Ma qualcosa non va e le truppe del Principe nero devono darsela a gambe in tutta fretta. Chi era Junio Valerio? Era un nobile imparentato con la famiglia Borghese, ex ufficiale di Marina che, posto a capo della X Mas durante la II guerra mondiale, si era reso celebre per ardite missioni nel mediterraneo, su piccoli sommergibili da guerra denominati “maiali”.

“La Democrazia camerati è la madre dei viziosi, degli incapaci, dei parassiti!…Il potere non va diviso, esso è unico…dobbiamo entrare nella testa degli italiani” recita con cipiglio da dittatore l’attore Riccardo Monitillo nei panni del “Principe Nero”. e prosegue: “In questo Paese di rammolliti e voltagabbana per prendere il potere ci vuole una massiccia operazione…Datemeli uomini determinati e da domani l’Italia sarà sotto un pugno di ferro!…A noi!”. Tutti intorno ad osannarlo, nell’ebbrezza di partecipare alla sua gloria, in realtà nell’ebbrezza della servitù. La voglia di servire, dell’uomo comune di tutti i tempi, nasce dalla volontà di porsi al riparo dall’incertezza, dal sentirsi parte di un qualcosa di importante: “Per me è un onore trovarmi al vostro fianco” dicono a turno i vari personaggi della parodia. E così comincia l’operazione Tora Tora definita farsescamente “la notte della Madonna” dall’attore Andrea Schillirò nei panni di un buffo Maresciallo Visaggio. “La Patria non sa che farsene dei rammolliti!” recita da attore navigato Maurizio Castè nei panni del Capitano Bianconi. Tra una gag e l’altra viene ribadito il fatto che per giorni e giorni questo manipolo di uomini tentò tramite l’Esercito, la Guardia di Finanza e la Polizia, di appropriarsi direttamente dei centri chiave delle istituzioni, in una parola sola: di spartirsi l’Italia. L’operazione prevedeva l’arresto del Presidente della Repubblica Saragat, allora in carica, ad opera di Licio Gelli, il “maestro” della loggia massonica P2. Gelli, si vocifera anche che fosse una matricola della CIA, la stessa agenzia di spionaggio americana che, assieme alle truppe della X Mas aveva appoggiato il Bandito Giuliano nella Strage di Portella della Ginestra del 1 maggio del 1947, in un intreccio di interessi tra mafia, latifondisti, fascisti e servizi segreti.

La voce narrante, ovvero il bravo Roberto Fei nei panni del Matto che butta tutto in commedia, rivela in modo concitato e canzonatorio che, per organizzare il golpe, si era dato appuntamento un bel gruppo di “galantuomini”: il Principe nero, il capo della cupola Badalamenti, i capomafia italiani Calderone, Buscetta e Greco, accompagnati dal mafioso Luciano Liggio. “Stanotte una nuova marcia su Roma! Stanotte non ci si incanta! E marceremo!” dice l’attore Fabrizio Rendina nei panni del Generale Saverio Micalizzi. E prosegue in un dialogo surreale: “Cinque bombe incendiarie, cinque detonatori…di questi tempi avere una tale disposizione di armamenti fa esultare il cuore!…E’ finita la stagione delle miccette, dei pestaggi. E’ giunta l’ora di osare! Non si deve solo dare la caccia ai capelloni…Gli italiani conosceranno finalmente l’ordine”. Nel finale colpo di scena! Sempre lo strepitoso Fabrizio Rendina nei panni del Generale Micalizzi dichiara: “Camerati guai in vista! Non si sa se l’esercito ci appoggia in toto!…Si è fermato l’elevatore tra il secondo ed il terzo piano…la capienza era di quattro persone…L’Arma nicchia: i carabinieri si stanno tirando fuori dai giochi”. E si leva una fragorosa risata in platea. La voce narrante, Roberto Fei nei panni del Matto: “In realtà neanche la CIA ha mai dato l’avvio per paura dei russi…forse qualcuno ha tramato nell’ombra, servendosi dei golpisti per poi scaricarli…Partita persa, scacco al Principe!” “Per cause di forza maggiore, dichiaro interrotta l’operazione!” chiosa l’attore Riccardo Monitillo nei panni del Principe nero, mentre uno scatenato Giancarlo Porcari nei panni del fascista soprannominato Lupo chiude la scena con un buffissimo: “Ao! Annamo via, annamo via, so’ arrivati i carabbinnieri, annamo!” A fronte della scelta di un registro comico per un tema in realtà drammatico, bravi il regista e tutto il cast di attori nella, non facile, impresa di effettuare un invito alla riflessione in relazione ai mai sopiti venti di totalitarismo, nel nostro Paese e nel mondo. Repetita Iuvant?

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