“Lasciate che i fanciulli si allontanino”: Le testimonianze di chi ha sofferto per le mistificazioni degli insegnamenti del Cristo in ogni tempo ed in ogni luogo. Dal 30 novembre al 19 dicembre 2010 al Teatro allo Scalo di Roma

di Marcello Tamasco
redazione@lacittametropolitana.it

Roma, mercoledì 15 dicembre 2010 – La scena in penombra, luce fioca e rossastra, pungente odore d’incenso, cinque sedili in circolo e su di essi altrettanti fedeli in corale preghiera, mentre sullo sfondo un sacerdote, solo e in disparte, intona una supplica. Inizia così la prima parte dell’opera teatrale. “Il testo è un invito alla riflessione su storie vere…si dovrebbe recuperare maggiore rispetto per la figura del Cristo” dichiara il regista Pierfrancesco Mazzoni, ed aggiunge che la sua opera teatrale non è critica alla Chiesa in quanto istituzione, ma esprime una denuncia circa le mistificazioni degli insegnamenti di Cristo, fuori e dentro di essa. L’opera teatrale trae origine dalla lettura di una serie di testimonianze di ex appartenenti all’Opus Dei, la celebre organizzazione in seno alla Chiesa Cattolica, fondata a fine anni Venti, dal prete spagnolo Josemarìa Escrivà de Balaguer. Ognuno dei cinque attori si stacca dal gruppo e si pone al centro della scena per presentare il suo personaggio, in un monologo da solista: cinque autentici pezzi di bravura interpretativa. Ognuno di loro è un essere umano senza colpe, che porta su di sé il dolore del mondo. A quella dei cinque, viene ad aggiungersi, l’altrettanto memorabile interpretazione dell’attore nei panni del sacerdote officiante in preda ad un esame di coscienza.

L’attore Roberto Capitani nei panni di un uomo, abusato da bambino, getta in scena abilmente e senza mezzi termini il tema pedofilia, egli urla in faccia ai presenti il suo dolore…e lo spettatore sembra quasi sentire uno schiaffo sul volto…per non aver saputo vedere…per non aver saputo impedire lo scempio. “Ti fanno credere di essere indispensabili…e la tua vita non è più la tua” recita l’attrice Irene Faccio nella parte di un’ex numeraria dell’Opus Dei, divenuta psicolabile, e prosegue: “In nome di un ideale ho sconquassato il mio corpo…ora un involucro vuoto in cerca di libertà…psichiatricamente condannata…per quanto commesso da altri”. L’attrice affronta, con ritmo incalzante e grande espressività, il tema della distruzione psico-fisica dell’individuo quando annulla sé stesso e si prostra ad obblighi mai prescritti dal figlio del Signore. Il barbone umiliato, impersonato dall’attore Gianpiero Pumo, dice “Sei figlio di poveri, sei figlio di nessuno…una cosa che non si vede”, poi i suoi occhi si riempiono di lacrime. Qui l’abile attore, in modo estremamente commovente, tocca il tema dell’emarginazione sociale, attraverso l’analisi della squallida esistenza di un uomo del Sud. Un povero senza istruzione né lavoro, che tra umiliazioni, carcere e torture di ogni genere, conserva un attaccamento alla vita tale da avere il desiderio di procreare. Con il desiderio di un figlio, quest’uomo vilipeso dal mondo intero, giunge ad esternare la dolcezza del proprio umano sentire.

L’attore Ruggero Lorefice calza con bravura un ruolo difficile: veste i panni di un giovane missionario, e con esso porta sul palco le discriminazioni, perpetrate da preti e laici, sulla base dell’orientamento sessuale. “Quanto il gran teatro della finzione ha preso il posto della realtà? La Chiesa ha comportamenti tali da non essere un esempio da seguire”. “Sono un bambino, un bambino da 15.000 anni…in una gran fossa comune tante piccole croci bianche” recita con salti in scena ed abile concitazione l’attore Giuliano Calandra. “Ci danno un fucile…i grandi mentono”, “Siamo scomparsi alle madri che chiedono…ma non c’è risposta…hanno pianto fino a morirne”. Questo personaggio è la metafora di tutti i bambini della terra in tutte le epoche storiche, sfruttati, torturati, uccisi dagli adulti e privati della propria infanzia. “Ama il prossimo tuo come te stesso!” recita quasi piangente e con grande espressività l’attore Maris Leonetti, nei panni di un sacerdote in preghiera. L’officiante opera un mea culpa di fronte agli astanti per gli errori di tutte le chiese del mondo: “Dove c’è imposizione non c’è verità!”. Sarà lui assieme a quei pochi fedeli a voler rendere onore alla sofferenza, senza risposta, della madre di tutte le madri per la morte del figlio. Il testo dell’opera è stato messo a punto attraverso un lavoro corale del regista con tutti i protagonisti in scena. Ognuno di loro, su cui è stato costruito un personaggio conforme alle proprie specifiche caratteristiche interpretative, ha contribuito al progetto con un frammento della propria emotività. L’opera teatrale è in realtà un inno alla vita, all’autenticità del sentimento ed intende affermare, senza esitazione, che non segue l’insegnamento del Cristo chi nasconde colui che si macchia di pedofilia, chi non si pone in difesa dei deboli, dei poveri, degli emarginati della società, chi discrimina un uomo per il suo orientamento sessuale, chi non combatte in difesa dei bambini della terra in tutte le epoche storiche, chi sancisce obblighi e dettami disumani, mai pronunciati dal Cristo.

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