Roma, mercoledì 9 marzo 2011 – Nell’ambito della XX edizione del Festival Internazionale di Teatro Patologico, dedicata alla memoria di Ellen Stewart, fondatrice del teatro Cafè la MaMa di New York, nelle due giornate del 5 e del 6 di marzo è andata in scena la pièce teatrale “Goya – La Quinta del Sordo”. Il teatro come ambiente vibrante di un’eco remota in cui aleggiano spiritismo, magia e presenze ossessive. “Oscuri terrori, incubi erotici e sanguinari svelano il nostro subconscio di creature abbandonate” declama in scena il grande Paolo Perelli nei panni del Goya in preda alle sue folli visioni. L’aspetto dell’attore, nei panni del pittore aragonese, tra lunghi capelli alla nazarena e pose faunesche, è dato da un miscuglio di contrasti. Occhi magnetici trasmettono un medianico fervore, recitando a mezza voce parole quasi incomprensibili. Piange, va in estasi, trasuda dolore. La voce dell’attore sembra giungere dall’oltretomba mentre attraverso le visioni del pittore ci conduce in un viaggio all’indietro nel tempo. L’angoscia dell’artista aragonese deriva dalla sua sete di verità, dal non poter comprendere le ragioni del suo dolore. Goya come ogni uomo è un essere finito che tende all’infinito, ma il suo mondo terreno costituisce un limite che lo conduce all’infelicità. Egli pur essendo un uomo del suo tempo, che soffre del romantico male del desiderio e si rifugia nell’interiorità o nella stregoneria, per oltrepassare i limiti del mondo, può essere definito un precursore dell’espressionismo del ‘900, che individua nell’arte il mezzo per oltrepassare i limiti dell’opprimente realtà terrena.

Il primo atto prende il via in un’atmosfera allucinata, con una musica melanconica che culla un Goya dormiente, in preda a rimpianti e terrifiche visioni. La scenografia e la postura dell’attore protagonista  strappano lo spettatore al reale e lo conducono nell’atmosfera emotiva dell’artista. Esse sono volte a riprodurre fedelmente quanto ritratto nella celebre acquaforte del pittore spagnolo “Il sonno della ragione genera mostri”. Diaboliche creature volteggiano tra i sogni di un uomo travolto dall’inferno delle sue passioni. Gracia Lucientes, la figura femminile, che rappresenta la madre del pittore, interpretata dalla brava Lorena Coppola, resta immobile sul fondale quasi a far veglia al figlio. Poi con magica gestualità realizza una danza e scuote l’artista dal suo torpore. La scena è quasi al buio, come le tinte dei quadri del pittore aragonese, ed una flebile luce rossastra illuminando l’ambiente fa emergere i corpi dall’oscuro fondale. Entrano in scena tre figure femminili in abito nero e maschera grigia sul volto, che formando un tutt’uno, prendono le tetre movenze di un pipistrello danzante. Rappresentano le donne della sua vita, Mariana il suo amore di gioventù interpretata dalla brava Enza D’Auria, Josefa Bayeu la moglie del pittore nei cui panni si cala la brava Daniela Sannino, Caetana la duchessa de Alba sua amante, interpretata dall’espressiva Paola di Tello. Il volteggiare cupo dei suoi ricordi conduce il pittore ad un’angoscia senza limiti. Dal dramma interiore dell’artista che si strugge per sentimento si accenna al dramma sociale. Durante le guerre napoleoniche nella Spagna del ‘700 dilagava la fame. “Voglio dipingere il mondo così com’è, nella bellezza ma anche nella sua bruttezza”.

Perelli nei panni dell’anziano Goya che racconta del suo passato, declama che l’accesso al Palazzo Reale era stato per lui una sventura, poiché il Re era in realtà brutto e pazzo. A questo punto le ballerine con una smorfia nel volto, mimante l’aspetto del Re, smettono di danzare e si pongono sulla ribalta in posa assai buffa, creando forte ilarità generale. Un Goya quarantenne introdotto a Palazzo Reale, viene travolto da inarrestabile passione per Caetana la duchessa de Alba. La brava Paola di Tello, nei panni della duchessa, esegue con estrema grazia una danza che simboleggia il periodo della passione gioiosa col pittore aragonese. Ma di lì a poco il pittore si ammala di sifilide, diviene sordo e perde la voglia di vivere. Qui ha luogo la scena madre in cui un Goya risanato torna al suo genio creativo e riprende a dipingere. Perelli nei panni del Goya tende un drappo appeso tra le quinte del palco e lo fa fluttuare nell’aria con un gioco di luce e di movimento che simboleggia il fluire della creatività, mentre le donne della sua vita danzano attorno al palco. Poi una musica cupa avvolge la sala del teatro ed un Goya in preda al dolore si getta in ginocchio affogato nel pianto. È il momento dell’uccisione del figlio Antonio Francisco, durante la rivolta per la libertà. Una voce fuori campo recita: “La Sant’Inquisizione vi accusa…avete dipinto l’orrenda nudità del demonio” mentre riecheggia nel teatro una risata satanica. La scena riapre su un Goya anziano divenuto sordo per il morbo d’amore che tormentato dai ricordi e con aria smarrita si aggira nella sua casa in collina. “Impazzisco di dolore perché sento in me la malvagità del genere umano”. Perelli nei panni del Goya emette un ghigno animalesco e con affanno prende a camminare a schiena ricurva. “Si può cambiar strada, raggiungere i mostri che abbiamo in noi. Divino è il Sabba” dice a braccia aperte ed urlando in tono diavolesco. Goya tra passione e sacrilegio, era stato introdotto alle pratiche magiche del Sabba dall’occultista italiano Cagliostro. Il pittore aragonese rivela infatti nelle opere il suo lato oscuro, un morboso interesse per scene di violenza o stregoneria. Goya, affamato di conoscenza, pur essendo sordo sente con l’anima. Il dialogo con sé stesso deriva dalla spasmodica ricerca delle profonde ragioni della sua arte e della sua stessa esistenza.

Gennaro Francione, autore del testo, ha dichiarato: “La nostra è Antiarte, una sorta di rivoluzione. Si tratta di una catena di fratellanza che va all’infinito”. Per Antiarte l’autore intende l’esplorazione di nuovi linguaggi, una perenne produzione artistica che deriva dalla fusione di varie forme artistiche, tra teatro, musica, danza e quant’altro. Paolo Perelli poliedrico artista, interpreta magistralmente il ruolo di Goya, quasi a riportarlo in vita nel nostro stesso secolo. Abbraccia le sue membra, piange, urla, digrigna i denti in segno di ribellione e ci pone dinanzi un uomo che vuol essere sé stesso e null’altro, al di là di ogni dictat estetico-morale. Modulando la voce entra nei differenti stati d’animo del pittore aragonese, con grandi sorrisi a braccia aperte nella sua gioia, con balzi improvvisi nella sua vitalità giovanile, con i suoi discorsi ossessivi nella sua fragilità e nelle sue paure. La performance di tutti gli interpreti è intensa, partecipata, tanto da condurre alla realizzazione di un’opera teatrale palpitante e coinvolgente. “Ad inizio ed a fine spettacolo proviamo grande emozione, sentiamo il pubblico parte di noi. Il momento di andare in scena è indescrivibile, nel concentrarci ci sentiamo in un’altra dimensione…ed anche dietro le quinte seguiamo nell’immobilità la vita del pittore maledetto” dichiara Paola di Tello, una delle talentuose interpreti della pièce teatrale.

Alla fine della rappresentazione sembra di udire le parole di Ellen Stewart: “Quel che conta è toccare le persone…il teatro predilige la gioia viva ed immediata tra artisti e pubblico”, ed un applauso grande di riconoscenza avvolge l’intero salone del teatro.

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