Roma, lunedì 21 febbraio 2011 – Ripensare Delneri come l’allenatore in grado di far compiere il salto di qualità alla Juventus si impone, forse è anche auspicabile, dopo la pesante sconfitta di Lecce. Arrivati alla 26° giornata di campionato e con il recupero di quasi tutti i giocatori della rosa bianconera, lo stop contro la squadra di De Canio, priva di tanti titolari, fa male al morale e alla classifica. E apre dubbi, mai sopiti, sulle capacità di guidare le grandi del tecnico di Aquileia. È un fatto che il campionato della Juventus sia contraddistinto dalla discontinuità. A buone prestazioni, ma sempre sofferte, la Vecchia Signora alterna improvvisi black out, che le fanno perdere punti preziosi contro le piccole. Se contro le grandi tira fuori l’orgoglio e esibisce prove di grande carattere (quasi mai però di grande gioco), è contro le piccole che la Juventus continua a lasciare sul campo un’emorragia di punti (e di gol). 32 reti subite in 26 gare di campionato con una media di 1,2 gol incassati a gara. Settima sconfitta stagionale, la quarta in trasferta. Un ruolino di marcia poco esaltante, che vede in questo momento i bianconeri sesti in classifica, lontani dalla Champions e con poche speranze di accedervi se il gioco continuerà a latitare.

La sconfitta di domenica è pesante, non solo perché maturata contro una forza minore del Campionato, che – va detto per onestà – lotta gara dopo gara per non retrocedere con grande spirito di sacrificio, ma perché meritata. Non ci sono alibi. La Juventus è entrata in campo poco motivata e senza concentrazione; e già prima dell’espulsione di Buffon (al 11°, per intervento fuori area su Di Michele lanciato a rete) in tre occasioni aveva subito gli spunti avversari, rischiando di andare in svantaggio. In almeno un paio di volte l’errore avveniva per svarioni difensivi. E qui la cosa deve far pensare, perché l’organizzazione del reparto arretrato di Delneri è sempre stata impostata sulla difesa alta e il fuorigioco. Ma se alla 7a di ritorno gli schemi non sono ancora assimilati, vuol dire che si è perso tempo. Se poi guardiamo le cose dal centrocampo in su, si apre un’altra nota dolente. Dalle fasce non è mai arrivata una palla giocabile. Avere Matri e Toni davanti e servirli con lanci lunghi dalla difesa o dalla tre quarti vuol dire tornare alle solite pecche dello scorso anno e di inizio stagione. Con la Juventus in dieci uomini poi tutto diventa più difficile, anche se nei minuti dopo l’espulsione l’orgoglio bianconero ha creato circolazione di palla e meno errori a centrocampo. La Juventus è riuscita a conquistare il fondo solo verso la fine dell’incontro, dopo l’espulsione di Vives (24° della ripresa), quando Toni era da tempo uscito. Risultato: nessun tiro bianconero nella porta avversaria e il portiere salentino mai costretto ad intervenire. In parità numerica per 20’ minuti, sul risultato di 2-0, la Vecchia Signora ci ha messo un po’ di cuore e tanta confusione, subendo però i rapidi contropiedi avversari. Il Lecce alla fine avrebbe meritato di segnare anche il terzo gol.

Si impone quindi un serio ripensamento sulle strategie societarie. Delneri aveva messo in guardia che la partita contro il Lecce poteva essere più difficile di quella contro l’Inter. Averlo detto in anticipo però non attenua le sue responsabilità. Semmai le aggrava. Se aveva avuto il presentimento prima della gara, doveva prendere serie contromosse (motivazionali, tecniche, tattiche). Sorensen sul gol di Mesbah si è lasciato scappare l’avversario, così come non aveva coperto su Eto’o in occasione della clamorosa traversa colpita a porta vuota dal camerunense. La difesa a zona così come è schierata non riesce a coprire gli attaccanti veloci. In occasione del secondo gol nessuno si è preso la briga di seguire Bertolacci, servito di sponda da Di Michele. (Anche la tripletta di Cavani a Napoli deriva dai grossolani errori della difesa a zona). I reparti offensivi non vengono riforniti dai cross sulle fasce. Ormai ogni squadra che incontra la Juve si imbottisce di centrocampisti e chiude gli esterni (il Lecce ha giocato con un 4-1-4-1). A quel punto, con la circolazione di palla lenta dei bianconeri, i pericoli sono pochi per gli avversari. Dunque qualcosa va cambiato nello stile di gioco. O ci si chiude in difesa, si fa giocare gli avversari, impostando la fase offensiva nelle ripartenze veloci. Con Matri, Krasic, Iaquinta e Del Piero è possibile. Oppure si scardinano in un modo o nell’altro le fasce per servire le torri (Toni, Iaquinta, Matri). Il lento fraseggio a centrocampo è inutile. Ma al di là di quello che si potrebbe o non si potrebbe fare, l’aspetto più preoccupante è che Gigi Delneri non sembra avere più frecce per il suo arco. Lo attesta la posizione di classifica, che non muta con il passare delle settimane, anzi si aggrava. Il mercato estivo e riparatore sono passati. Gli acquisti sono stati fatti (e anche questi sono da ripensare). Amauri se n’è andato. Matri è arrivato. Ma poco sembra cambiare. E il fastidioso ritmo singhiozzante della Vecchia Signora, sempre pronta a disilludere i tifosi, continua.

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