Il Pd decide di non decidere tanto in Puglia come nel Lazio, due regioni chiave nella sfida che vedrà opposto il centrodestra al centrosinistra nelle elezioni di marzo. Mentre l’UDC di Casini fa il suo gioco attendista, la linea della nuova segreteria nazionale rischia di trasformarsi in una caporetto

di Thomas L. Corona
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Roma, martedì 5 gennaio 2010 – Quella del leader centrista Pierferdinando Casini è una strategia legittima, che punta a fare il pieno di voti possibile e a tentare la strada di una terza via, magari incassando in seguito, se le elezioni regionali gli dovessero dare ragione, i tanti delusi del Pdl e del PD. Quello che però non sembra chiaro in questa vicenda è l’atteggiamento del Partito Democratico, che, in previsione di una futura alleanza a livello nazionale con la sigla di Casini, rinuncia a portare avanti alleanze consolidate con la sinistra radicale, mettendo a rischio alcune regioni dove il buon governo del centro sinistra è evidente e chiaro. Da questo punto di vista l’atteggiamento del PDL appare molto più pragmatico. Se è possibile fare accordi con l’UDC senza mettere in discussione le alleanze con la Lega bene, altrimenti si va avanti senza i centristi, in autosufficienza, rischiando anche di perdere (la partita in Veneto al momento è ancora tutta aperta) ma non disorientando gli elettori. Sembra invece che la nuova Segreteria di Bersani, che, se vista in controluce, riflette molto chiaramente il profilo di Massimo D’Alema (il vero leader incontrastato del Partito Democratico, colui che dal 1994 a oggi ha fatto o indirizzato le scelte del PDS-DS-PD), voglia continuare l’ennesimo gioco lesionista che ha consegnato il Paese a Berlusconi e al centrodestra nel 2001 e nel 2008. Non si capisce infatti perché, in nome di un’alleanza con l’UDC, si debbano sacrificare uomini e esperienze di buon governo. Queste sono pratiche che difficilmente si possono far capire ai propri elettori e soprattutto ai propri alleati. In Puglia il governatore uscente Nichi Vendola, che proviene da Sinistra e Libertà, ha ben amministrato. È un punto di forza e di riferimento e soprattutto dà visibilità a quella parte della sinistra italiana esclusa dal Parlamento per la disastrosa scelta di Veltroni di correre da solo alle politiche del 2008. Buon senso vorrebbe che il PD appoggiasse il secondo mandato di Vendola senza troppo curarsi dell’UDC, con il quale ha chiuso accordi in altre regioni chiave.

La scelta invece è quella di non decidere apertamente, lasciando nell’incertezza gli elettori, ma soprattutto dilaniando la classe politica locale. Prima si è giocata la partita con il Sindaco di Bari Emiliano, contrapposto a Vendola. Ora, dopo il suo ritiro, si è scelto Boccia, l’economista sconfitto 5 anni fa nelle primarie proprio dall’attuale Governatore. Si tratta dunque di un candidato debole, che però dovrebbe, non si sa come, riunire attorno a sé i centristi di Casini e correre, se non si faranno le primarie, contro Vendola da una parte e contro il PDL dall’altra. L’UDC ringrazia, perché in ogni caso la sua vittoria l’ha già ottenuta e in Puglia farà il pieno di voti. Infatti, la Segreteria di Casini, che si riunisce oggi, potrebbe scegliere di non correre insieme ad un candidato debole, e andare soli. Dunque si avrà, se tutto va bene, un centrosinistra diviso, un centrodestra unito e un centro attendista. Uno scenario simile a quello visto nel 2008 in Sardegna e con il Cavaliere che, sentendo aria di vittoria, potrebbe scende in campo personalmente. Ma stavolta ringrazia anche l’Italia dei Valori di Di Pietro, che grazie alla linea politica D’Alema-Bersani, vedrà incrementare il suo bottino di voti. Altra posizione inspiegabile della segreteria nazionale del PD è quella nel Lazio, dove a causa dello scandalo Marrazzo la Regione è in bilico, nonostante sia stata amministrata bene. Il vero candidato forte alla Regione era Nicola Zingaretti, che avrebbe potuto riunire intorno al suo progetto un arco trasversale che va dalle sinistre all’UDC, una vera e propria prova generale per le prossime Politiche Nazionali. Niente di tutto questo è avvenuto. Anzi il percorso verso la definizione di un candidato forte e autorevole, da contrapporre a Renata Polverini, la leader dell’UGL scelta dal centrodestra, si è impantanato in una poco onorevole palude di baratti di posti e presidenze, fatta alla luce del sole. Risultato: ancora oggi non si sa chi sfiderà la Polverini, mentre nomi nuovi vengono alla ribalta. Da Renato Nicolini a Loretta Napoleoni. Sembra quasi che si voglia fare un regalo a Gianfranco Fini, consegnandogli su un piatto d’argento anche la Regione Lazio (dopo la Capitale).

Questa incapacità di fare scelte nette e precise rischia di disorientare non solo gli elettori pugliesi e laziali del Partito Democratico, ma anche quelli di altre regioni, che vedono nel prossimo turno elettorale la possibilità di un riscatto nei confronti del Governo Berlusconi, in un momento di debolezza del suo leader indiscusso, a causa degli scandali processuali e non che da aprile lo vedono coinvolto. Con le continue concessioni al partito di Casini, prova di fedeltà in nome di una futura alleanza nazionale, la linea dalemiana rischia di provocare una nuova caporetto, bruciando, dopo Prodi, Fassino, Veltroni, Rutelli, Franceschini, anche Bersani – l’ennesimo “purosangue”, azzoppato pochi mesi dopo l’investitura – e disperdendo uomini e voti del maggiore partito di opposizione. Che presto potrebbe però non esserlo più.

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