Roma, mercoledì 28 marzo 2012 – Un quadro lirico in cui l’attrice Rita Pasqualoni voltando le spalle al pubblico carezzata dal rumore del vento si mostra felice d’indossare il tipico velo bianco che in Africa le donne usano per copricapo hijab e nel far ciò assume vivamente le sembianze di Ilaria Alpi. È Faduma, la donna somala nei cui panni si cala Antoinette Kapinga Mingu, a donarle il velo mentre con drammaticità dice d’averlo trovato nelle strade di guerra. “Ho sognato mio figlio…Sarà un segno? È sparita la telecamera che fissa per sempre lo sguardo del mondo e i tuoi taccuini” grida Romano Talevi nei panni di Miran Hrovatin, il cineoperatore che lavorava con Ilaria. Il rumore di folate monsoniche spazza via le note musicali per far posto a tristi monologhi. “I miei occhi hanno sempre cercato qualcosa oltre questa polvere che s’alza improvvisa e c’impedisce di vedere” dice con estrema emozionalità l’attrice Rita Pasqualoni evocando le parole della giornalista. A quasi vent’anni dalla sua esecuzione la famiglia non si da pace. “Dove son finiti i mille e quattrocento miliardi di fondi per la Somalia? Nella Garoe-Bosaso, l’indispensabile strada servita a coprire ogni sorta di rifiuti tossici con la complicità della politica, dei servizi segreti e faccendieri italiani e somali. Pesanti i sospetti contro i politici italiani dell’epoca” pronuncia in scena la protagonista della pièce teatrale.

 Un tenente italiano, alias Pierfrancesco Ceccanei, dice a Ilaria con scherno: “Com’è andato il suo giro turistico?”, dandole conto di quanto il suo lavoro di ricerca non venisse rispettato principalmente da chi avrebbe dovuto difenderla. Il rullare di batteria rappresenta gli spari a cui la giornalista reagisce con un sussulto. Ilaria conosce i nomi dei responsabili delle stragi di Milano, Brescia e Bologna. Sa il nome del gruppo dei potenti e i fatti di cui si son resi colpevoli, ma non ne ha le prove. Nel buio della solitudine Ilaria sente suoni e canti in lontananza simili a lamenti. I rumori del mercato e la musica sovrastano le parole della giornalista quando irrompe il racconto della battaglia del pastificio del 1993 in cui in un atroce contesto i ribelli si contrappongono all’esercito italiano di stanza nella capitale della Somalia. Siamo in piena guerra civile dopo la deposizione del dittatore Siad Barre. La guerra è alimentata dalla contrapposizione tra i generali Mahdi e Aidid, il primo favorevole alle ingerenze della comunità internazionale, il secondo fortemente contrario. Mogadiscio diviene un recinto di sangue tra missili, mitragliatrici, morti e imboscate. “Cos’è stato?…I miei appunti? Io dove sono?” grida Rita Pasqualoni nei panni di Ilaria svegliandosi di soprassalto.

 Il suo grido interrompe il canto africano, misto al vociare di un mercato, di Antoinette Kapinga Mingu nei panni di Faduma. La donna le dirà con rassegnazione: “La guerra…Non piove da anni, la gente muore di fame. Un Paese difficile dove non c’è futuro né speranza…Per voi occidentali tutto è facile. Venite qui pensando di poter trasformare la nostra cultura, ma non fate che peggiorare le cose”. Ilaria, interpretata dalla Pasqualoni, nonostante il suo vivere di attese e paure, le dice: “Le parole son più pericolose delle spade. Posson svelare segreti e far crollare governi”. La musica fortemente percussiva si diffonde nel buio del teatro a sipario chiuso e trascina il pubblico in un’atmosfera enigmatica. “C’è una strada immersa nelle sabbie, una lunga ferita infetta…verso la fine del mondo” dice il regista in tono profondo e calante mentre un coro angosciante che rievoca antichi canti tribali fa da sfondo alle sue parole. Siamo in Africa sulla grande via di comunicazione che Ilaria avrà percorso mille volte nei suoi innumerevoli spostamenti in Somalia alla ricerca della verità, la Garoe-Bosaso. Ma chi era Ilaria? Una giornalista del TG3 impegnata in un’inchiesta su un traffico d’armi e rifiuti tossici smaltiti illegalmente a livello internazionale nel corno d’Africa. Dal 1994 la famiglia lotta ancora per scoprire i mandanti dell’omicidio. Il silenzio è proprio assordante quando si toccano affari di Stato e multinazionali del crimine legalizzato.

 I vari linguaggi posti in atto dal disegno luci, dalla scenografia, dalle musiche ai canti, alle movenze e al tono vocale son finalizzati a dar forza alla poetica teatrale di base attraverso la quale nel contrasto tra i personaggi esce il volto di Ilaria, interpretato magistralmente dall’attrice Rita Pasqualoni. Bravi anche Antoinette Kapinga Mingu nei panni di Faduma, per la convincente recitazione drammatica in una lingua non sua, Romano Talevi che in questa pièce teatrale è regista ed interprete di sei ruoli diversi, prima voce narrante, Miran Hrovatin, Dirigente Shipco, Signor Costa (ex diplomatico), trafficante somalo, un amico dell’uomo del Sismi (informatore della giornalista) e Pierfrancesco Ceccanei per la sua interpretazione di quattro ruoli diversi, il tenente italiano, un collega di redazione del TG3, Giancarlo Marocchino, seconda voce narrante.

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