Bruxelles,sede della Commissione UE

L’Economia europea recede. Nel 2009 la ricchezza italiana si ridurrà del 2% ed il suo debito, nei prossimi due anni, aumenterà sfiorando quota 110% del suo Pil. A far arrancare l’Italia non è la crisi mondiale, ma il gap strutturale di cui soffre la sua economia

di Andrea Aidala
aaidala@lacittametropolitana.it

Bruxelles,sede della Commissione UERoma, mercoledì 21 gennaio 2009 – Il mondo piange una crisi che si crede possa rivelarsi la più grave mai conosciuta. L’Europa, che ha fatto molto per ridurre gli effetti del cataclisma americano, dovrà affrontare certamente ancora un altro anno di contrazione economica, una recessione severa e prolungata. Secondo le stime della Commissione Ue il Prodotto Interno Lordo Europeo, dopo essersi attestato tra il +1% e lo +0,9% nell’anno appena trascorso, nel 2009 farà registrare una riduzione dell’1,8%. Secondo le previsioni rese note dagli esperti del Governo Unito di Bruxelles, solamente nel 2010 il vecchio continente ritornerà, seppur di poco, a crescere.

Soffrirà anche l’economia italiana, che, dopo aver chiuso il 2008 con uno scivolone dello 0,6%, registrerà nell’anno corrente un crollo del 2% del suo Pil. Brutte notizie anche sul fronte disoccupazione che aumenterà dal 6,7% del 2008 all’8,2% nel 2009, meno che nella media europea attestata intorno ai nove punti percentuali, mal nel 2010 sfonderà quota 10%. Le maggiori preoccupazioni riguardano il debito pubblico. Questo, terzo al mondo ma primo in Europa, continuerà a crescere, dal 105,7% del nostro Prodotto interno lordo lieviterà nei prossimi due anni fino a raggiungere quota 110%, quando la media di eurolandia sfiorerà appena il 76%.

È vero, nel vecchio continente c’è chi sta peggio. La Germania, nonostante abbia messo in campo 80 miliardi di euro a sostegno della propria economia, perderà il 2,3% della sua ricchezza, per non parlare dell’Irlanda che vedrà ridursi il suo Pil di ben 5 punti percentuali. Ma nel bel paese, a differenza degli altri che compongono l’Unione, la recessione ha origini profonde, non è una mera conseguenza della tempesta sub prime americana. Più volte il nostro giornale, lacittametropolitana.it, ha analizzato il lento regredire dell’economia dello stivale che mostrava i primi cenni di cedimento, secondo il fondo monetario internazionale e la stessa commissione europea, già a metà 2007, prima che il colosso americano Lehman crollasse. Mancanza d’infrastrutture, inefficienze burocratiche e politiche, queste le vere cause del tonfo italiano. 

Il ministro dell'Economia, Giulio TremontiNonostante la politica della cautela e della parsimonia del ministro Tremonti abbia trovato l’apprezzamento del commissario agli affari economici e monetari Ue, Joaquin Almunia, da più parti in Italia si sollevano critiche sulll’operato del Governo in materia di politica economica. Franco Debenedetti, giornalista de “ilsole24ore”, nel suo articolo pubblicato ieri dal titolo “Quel Tremonti non dice”, getta luce sulle vere problematiche che il ministro dell’Economia dovrà affrontare per risollevare le sorti del paese. Debenedetti ha sostenuto che anche se la crisi spingerà tutti “a dare il meglio di se” ed “eliminare strutture insufficienti”, non riuscirà a portare via con sé i vincoli di cui il nostro paese soffre, i veri limiti allo sviluppo della nostra produttività che lo ha sempre reso “fanalino di coda dell’Europa”: un capitale lavoro mal formato a causa dell’inefficienza del sistema scolastico ed universitario, un mercato del lavoro che non ha ancora conosciuto una vera liberalizzazione, ed infine un nazione ancora divisa in due, un Nord che corre ed un Sud che arranca a fatica.

Non basta, quindi, invitare le famiglie a spendere per far sì che l’economia italiana ritorni a crescere, non basta incentivare l’acquisto di auto per sventare il crollo dell’industria dell’automobile, non basta lo sconto Ires e Irap per salvare dalla bancarotta piccole e medie imprese, spina dorsale della nostra economia: è necessario portare avanti le tanto declamate, ma sempre rinviate, riforme ed un serio rinnovamento strutturale.

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