Roma, lunedì 28 marzo 2011 – Un faro apre la scena su una via, siamo a Roma di sera ma sembra una qualunque strada di periferia. Una fermata d’autobus, un cantiere e non distante una panchina. “Hei! Lascia stare la mia gamba!” dice Mimmo Strati nei panni di un pupazzetto. Si proprio così, un buffo pupazzo di plastica, di nome Vladimir, a cui l’attore-regista dona un’anima sussultante. Questi, vestito con calzamaglia arancione, canottiera e stivaletti neri è la parodia di un campione mondiale di Wrestling. Parla, si agita, si emoziona come fosse un essere mortale dicendo di essere stato quasi smembrato da persone con ben poco di umano. Siddharta Prestinari in pantaloni corti, lunga casacca e basco marrone all’indietro, calza i panni di una nevrotica e logorroica ragazza che urla e corre senza sosta dietro ad un cane mentre questi gioca col pupazzetto Vladimir finito tra l’immondizia del cantiere.

Non lontano da lì un locale notturno da cui parte un jingle e si accendono le luci. Da una tenda luminescente entra in scena, Alberto Bognanni nei panni di un comico di nome Daniele. Il comico imparruccato con capelli raccolti a coda dietro la nuca, pantaloni bianchi e buffo camicione Hawaiano esordisce dicendo: “Da piccolo ero così timido che quando un giorno una ragazza a seno nudo mi disse prendimele…le presi le mani” provocando risate in crescendo in platea. All’interno della narrazione il pubblico ride sguaiatamente delle disgrazie altrui. Egli dice di esser cresciuto in un caos infernale senza definite figure di riferimento, in un quartiere talmente povero in cui per la penuria le canne si facevano con l’aglio. Le luci chiudono la scena e si riaprono sullo sketch in cui alla fermata del bus s’incontrano Daniele il comico alias Alberto Bognanni e la ragazza nevrotica, alias Siddharta Prestinari. Lei chiede una firma per aderire ad un’iniziativa in favore del cane, ma quando il comico, indaffarato al telefono, le fa cenno di andar via, lei replica indispettita: “La gente si deve ascoltare sa! Bisogna aiutarsi nella vita…lo so io chi voti te, guarda!”.

Entra in scena Luca, il metronotte alias Mimmo Strati che rivolgendosi al pubblico dice di aver trovato un cellulare sotto la panchina. “A me mio mio non mi ci ha mai chiamato nessuno, manco mi madre”, dice compiaciuto del fatto di aver trovato messaggi d’amore su quel cellulare e di avervi risposto come se ne fosse il proprietario. Chi è la donna misteriosa che gli scrive? Avrà il coraggio di presentarsi a lei? Il cellulare lasciato incustodito diventa un espediente per parlare col prossimo nella società dell’incomunicabilità. Poi entrano in scena Alberto Bognanni e Siddharta Prestinari, lui nei panni di un bohémien e lei nei panni di un’avvenente sudamericana fuori di testa, entrambi al ritorno da una serata danzante. La sudamericana invita il giovanotto appena conosciuto a bere qualcosa da lei. Ma giunti a casa della tipa i dialoghi diventano al cardiopalma, e quando lui capisce che la ragazza ha qualcosa che non va, ha luogo un finale a sorpresa. Qui entrambi gli attori, tra canto, battute sagaci e comicità nei gesti e nei movimenti corporei attuano il rovesciamento dell’azione nel suo contrario, dando prova di un appropriato ritmo scenico e di uno spumeggiante spirito comico. Spicca la notevole presenza scenica della Prestinari, che rende bene il fare seduttivo della latinoamericana, anche per via di un’abile pronuncia spagnola.

Successivamente entra in scena la Prestinari nei panni di una cuoca gattara, con tanto di zuccotto in testa, casacca e gonna a bracalone. La gattara è frustrata dal fatto di  essersi ritrovata in un mondo per uomini, che perpetra disparità ai danni dell’universo femminile. Narra che tempo addietro accortasi del tradimento del marito, gliela fece pagare durante la cena della festa del partito di maggioranza, in cui questi era stato ingaggiato in qualità di cuoco, ponendo una variante per così dire esplosiva nei pasticcini del Premier. Entra in scena Bognanni nei panni di Alberto, un giovinastro che racconta la sua serata goliardica di addio al celibato. A fine bagordi a causa di una distrazione la sua auto investe uno zingaro. L’investitore presterà soccorso o scapperà vigliaccamente? Alberto sarà protagonista di un’azione virtuosa o si struggerà nel rimorso? Una cerimonia di nozze con volti e saluti scontati non ci dà indicazioni di sorta.

Le vicende di questi otto personaggi si snodano tutte attorno ad uno stesso luogo. La panchina è infatti la metafora dell’incrocio di tante piccole solitudini. Attorno ad essa si muovono tutta una serie di situazioni che pongono in contatto i vari personaggi e li spingono ad interagire gli uni con gli altri. Si tratta di persone con alle spalle storie problematiche, frustrate dall’alienante vita in città. Ognuna di loro pone in atto, a suo modo, delle strategie, per sfuggire ai propri patimenti ed al proprio stato di solitudine. Persino il pupazzo Vladimir, come pure Luca il metronotte, impersonati entrambi dal bravo regista Mimmo Strati, sono in preda alla solitudine. Ma anche la ragazza nevrotica, la sudamericana fuori di testa e la cuoca gattara, impersonate dalla brava Siddharta Prestinari sono personaggi, chi per un verso chi per un altro, sofferenti.  Anche il comico Daniele, il bohémien ed Alberto il giovinastro investitore, entrambi interpretati dal bravo Alberto Bognanni sono vittime dell’odierna società dell’alienazione.

Ma nel mare della desolazione si aggiungono ad essi anche dei personaggi invisibili, che non compaiono mai ma la cui presenza, viene materializzata in scena attraverso le parole dei protagonisti. I ragazzini violenti che giocano a smembrare i pupazzi, l’adolescente che priva di consapevolezza di sé offre il suo corpo ad un coetaneo, la ragazza che per sfuggire alla solitudine lascia in giro un cellulare come un messaggio in mare, il marito della gattara, un debole che si attribuisce la paternità delle invenzioni culinarie della moglie e che per insoddisfazione la tradisce, lo zingaro investito che per vivere è costretto a rubare, la madre dello zingaro che in silenzio soffre per il figlio e patisce la miseria della propria condizione sociale, i portantini dell’ambulanza, gli amici dell’investitore e la futura sposa cresciuti in un tipo di società che non li ha condotti allo sviluppo del senso di responsabilità. Per Pirandello l’umorismo è l’arma di cui lo scrittore si serve per porre allo scoperto le ipocrisie dei rapporti umani e la solitudine senza scopo dell’individuo. Bravi gli interpreti nel saper porre in scena una sentita carica emozionale e bravo anche il regista nell’aver saputo trarre uno stile umoristico da storie in realtà drammatiche, per interessanti spunti di riflessione sul dramma dell’odierna realtà sociale.

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