Roma, martedì 10 gennaio 2012 – La messa in scena è un quadro. Un palcoscenico narrante della violenza del sentimento nella tormentata Spagna dell’Ottocento. In un salone in completa oscurità, avvolto da note musicali ancestrali ed incalzanti, cornici pendenti affiorano lentamente dal fondale di scena mentre un repentino lampo di luce investe i personaggi tributando loro un’inquietante aura immaginaria. Il Goya è lì dormiente cullato, al pari del pubblico, da una musica struggente e melanconica, quando la sua quiete vien turbata da incubi onirici e mostruose visioni, che lo rendono preda di violenti conflitti. “Divino è il sabba” afferma con ghigno demoniaco Paolo Perelli nei panni del Goya vinto dalle sue sconvolgenti passioni. È affascinato e nel contempo angustiato dal ricordo delle donne della sua vita che, al pari della sua esaltazione per l’occultismo, lo rendono da sempre schiavo del proprio sentire. L’anziano Goya torna sorprendentemente a noi per narrarci degli episodi più toccanti della sua vita, del primo incontro con Mariana il suo amore di gioventù, nei cui panni si cala Elirosa Blaiotta, delle circostanze che l’hanno condotto verso Josefa Bayeu la sua legittima sposa interpretata da Melania Visone, dell’accecante passione per Caetana la duchessa de Alba la sua amante alias Anna Chiara Siciliano, e dell’opprimente ma in realtà bramata presenza della madre Gracia Lucientes interpretata egregiamente da Lorena Coppola.

 Sembra quasi di cogliere il clima sperduto ed umido della casa di campagna del vecchio pittore sul fiume Manzanarre. Sotto una luce tremula e fioca che dà corpo ad incubi ossessivi un Goya sordo e quasi cieco, a causa del suo mal d’amore, dialoga con sé stesso nel disperato tentativo di dare risposte alla sua crisi artistico-esistenziale. L’allestimento scenico, i toni chiaroscuri, la splendida musica a cura di Giacomo Zumpano e Yann Tiersen dapprima melanconica poi incalzante, sono volti a porre il tutto in linea col dramma e fornire massima aderenza ad esso. La luce come animata da uno spirito interno, concorre liricamente a rendere in scena parte dell’indescrivibile che alberga nella pièce teatrale. È tramite essa che i volti trovano la loro naturale dimensione nello spazio. Il regista Paolo Perelli, dotato di un gran senso del palcoscenico, ricorre ad una tecnica scenografica essenziale che tramuta il teatro in una sorta di rivelazione. La messa in scena diventa una trasposizione della musica e del sentimento nello spazio. E mentre l’azione dell’attore è vincolata alle note musicali e viceversa, gli elementi scenici traggono la loro ragione d’esistere dall’essere in stretta correlazione gli uni con gli altri. L’azione è condizionata dalla musica, che a sua volta esprime lo stato interiore del personaggio.

 L’armonia che si coglie deriva dalla ricerca di unità scenica, di un’esatta proporzione tra le parti, tra personaggi, ambiente, brani musicali e tagli di luce per dare forma ai concetti. Le linee, la tonalità monocromatica, le parole il tutto tende ad un’astrazione simbolica che condensa in sé l’intera e tormentata esistenza del Goya. Un plauso alle danzatrici che pur muovendosi dietro una maschera in un’area di non vastissime dimensioni volteggiano con agilità esprimendo intensità e varietà di sentimento dando così profondità al testo dell’autore. La recitazione di Paolo Perelli è altamente emotiva e coinvolgente tanto che a fine rappresentazione si ha quasi l’impressione che il vero Goya sia lui, con lo stesso volto disperato del pittore aragonese alla ricerca di risposte che la mente purtroppo non sa dare. La danza e la recitazione miscelate a musica trascinante e repentini cambi di scena animano questa sorta di quadro vivente e forniscono nuova linfa all’arte teatrale. Lo spettacolo si rivela un’intima fusione di teatro e danza, ma sono gli interpreti stessi l’essenza del teatro nel loro realizzare composizioni poetiche di sentimento, che colpiscono l’animo degli astanti.

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