Con la mostra ospitata dall’8 ottobre al 6 febbraio al Vittoriano, Roma ritrova Vincent Van Gogh. Per tale occasione sono giunte nella capitale 110 opere che illustrano la straordinaria carriera del maestro olandese. E già durante il week end sono stati in migliaia ad ammirare le opere del grande artista

di Antonella Furci
Roma, lunedì 11 ottobre 2010 – Dopo la straordinaria mostra del Caravaggio, Roma riscopre anche il grande artista olandese, Vincent Van Gogh. La mostra al Vittoriano dal titolo: "Vincent Van Gogh: Campagna senza tempo e città moderna" si appresta così ad essere la protagonista delle esposizioni d’autunno. Per la sua realizzazione l’opera del genio olandese ritorna nella capitale dopo 22 anni grazie anche agli eccezionali prestiti da parte dei maggiori musei del mondo, con 70 dipinti e disegni dell’artista, oltre a una quarantina di tele dei suoi più illustri contemporanei, Millet, Gaugin, Pissarro e Cezanne. E sono già 70mila le prenotazioni dei gruppi per la mostra, definita "unica che nessuno deve perdere". E infatti visto l’eccezionale numero di visite, già 10 mila tra venerdì e domenica, pare proprio che nessuno abbia intenzione di perdersi le opere del grande artista. Per portare avanti questa iniziativa sono stati investiti circa tre milioni di euro e, come ha affermato Alessandro Nicosia, patron di Comunicare Organizzando, che produce le mostre del Vittoriano, “si è lavorato alla rassegna per ben tre anni”. Del resto, come lui stesso ammette: "Van Gogh o lo si fa a questi livelli o è meglio niente. Solo la credibilità del percorso scientifico consente di ottenere i prestiti necessari dai musei. Le opere di Van Gogh non escono più per essere appese come feticci in una mostra". 

Così, per poter far giungere i capolavori del pittore olandese per tale occasione, si è dovuto per prima cosa individuare un tema che ricostruisse l’evoluzione espressiva dell’artista. Cornelia Homburg, curatrice della mostra,  supportata da un Comitato Scientifico internazionale di grande prestigio, ha scelto la dicotomia tra il valore eterno della campagna e la modernità della città, che persiste nella poetica di Van Gogh dall’inizio alla fine della sua produzione. Infatti, come ha spiegato la stessa Homburg, stimata a livello internazionale per i suoi studi su van Gogh, la mostra approfondisce questi due aspetti fondamentali dell’identità artistica del pittore: l’amore per la campagna, vista come un ambiente immutabile, spesso immortalata tra campi di grano e nuvole rapide e l’attaccamento alla città, centro del movimento frenetico e della vita moderna, dipinta spesso di notte tra caffè all’aperto e cieli stellati. "Egli non dipinse semplicemente quello che vedeva ma ciò che il suo pubblico voleva vedere", ha infine spiegato la Homburg. 

Come i maestri classici, Van Gogh impara copiando dal vero, con il disegno, lo studio del soggetto, non schizzi, ma opere complete, piccoli capolavori che ritraggono tanto vedute cittadine, quanto campi, paludi, chiese. Bellissimi i gessetti dei covoni o le meravigliose contadine colte nello sforzo di raccogliere il grano  e il confronto con Jean-Francois Millet, che Van Gogh chiamava “mon pere”. Il disegno evolve poi nel colore, con la pittura bruna e terrosa degli anni olandesi. L’arrivo a Parigi segna un nuovo cambiamento nello stile dell’artista, che si riempie di colori luminosi e pennellate veloci. Dopo la permanenza ad Arles, poi, il colore diventa addirittura accecante, per indirizzarsi su toni del verde e del blu dell’ultimo periodo, a cui risalgono la Montagna a Saint-Remy con casolare scuro, le Contadine che zappano in un campo innevato e i Cipressi con due figure femminili.  Per quest’ultimo dipinto Van Gogh ci ha rimesso le mani più volte terminandolo con l’inserimento di due figure femminili. In una lettera al fratello Theo scrisse che per lui rappresentavano la modernità.

Di a.furci

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