Il Teatro Lo Spazio ospita lo spettacolo dell’attore e regista romano Pietro De Silva. Un’originale messa in scena del testo scritto dal drammaturgo Harold Pinter nel 1957, riadattamento contemporaneo di una delle opere giovanili del Premio Nobel inglese nel 2005

di Anna Schiano
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Roma, domenica 21 marzo 2010 – Dal 9 al 21 marzo al Teatro Lo Spazio è in scena “Il calapranzi”, omaggio di Pietro De Silva al drammaturgo e regista londinese Harold Pinter, scomparso all’età di 78 anni nel 2008. Lo spettacolo è frutto di un riadattamento particolare, anche se il messaggio che investe gli spettatori è universale. Pierpaolo De Mejo e Maris Leonetti sono due aspiranti criminali, confinati in una casa che non è la loro, in attesa di istruzioni dal loro “superiore” per il prossimo colpo da mettere a segno. Due figure tanto diverse per indole quanto simili nel vivere una condizione di isolamento e violenza. De Silva rivisita il ruolo dei personaggi facendogli vestire dei panni più “familiari” rispetto al testo originale: il dialetto siciliano, i riferimenti all’attualità nostrana e il continuo interagire in platea con lo spettatore, rendono quest’ultimo partecipe allo sviluppo dell’azione. Le musiche (si parte da Madonna fino ad arrivare al lirismo di Anthony and the Johnsons) e il cambio delle luci di Danilo Celli, dai toni caldi a quelli freddi, diventano lo strumento per slegare gli avvenimenti in corso e le esperienze precedenti: le continue intermittenze dei soliloqui richiamano ricordi di una vita passata. La scenografia di Andrea Colusso è una scatola surreale: biciclette appese al soffitto, statue sedute che parlano al telefono, cornici penzolanti inquadrano una storia scandita dai repentini cambi di umore e dalla paura che nasce dal sentire che l’irreparabile è vicino.

L’unica porta aperta verso il mondo circostante è rappresentata da un calapranzi e da un grosso tubo, da cui provengono messaggi incomprensibili che mandano ancora di più in agitazione i due sicari. Ne emerge un umorismo tagliente e grottesco al tempo stesso, che fa trasparire la disperazione di Gus e l’ansia di Ben e la percezione di una sorte opprimente e disgraziata. Il premio nobel Pinter scrisse “Il calapranzi” nel 1957, in un periodo in cui l’attivismo politico, che ha impregnato le opere successive, ancora era in gestazione. Eppure, in questo componimento teatrale si percepisce la volontà di rappresentare, attraverso casi umani ai margini della società, tutta la contraddittorietà e l’oppressione che la vita di oggi ci riserva senza distinzione di classi e appartenenze. Pietro De Silva riesce a far emergere in maniera “pinteriana” proprio questa condizione, che non lascia, neppure nel finale, la speranza di un ravvedimento.

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