Si preannuncia come uno degli eventi artistici più importanti del 2010 la mostra su Edward Hopper, aperta ieri al pubblico di Roma con più di 160 opere dell’artista americano

di Antonella Furci
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Roma, mercoledì 17 febbraio 2010 – Dopo il grande successo in termini di affluenza di visitatori e risonanza mediatica della mostra milanese di Palazzo Reale, tocca ora a Roma dover accogliere le opere di uno dei più grandi artisti americani del XX secolo: Edward Hopper. Oltre 160 tele, disegni, insieme al celebre Self-Portrait del 1925- 1930 e al bellissimo Girlie Show del 1941, sono esposte da ieri e fino al 13 giugno, nelle sale della Fondazione Roma Museo. Le opere arrivano direttamente  dal Whitney Museum di New York che già durante la vita di Hopper acquistò molti lavori e che dopo la morte dell’artista, per volontà della moglie Josephine, è divenuto proprietario di un importante lascito di documenti. La mostra accoglie i visitatori in uno scenario suggestivo, facendoli entrare direttamente all’interno di uno dei quadri più famosi di Hopper, Nighthawks (1942) in cui li aspetta il transito all’interno di un’ambientazione notturna ispirata al bar di Nighthawks sapientemente ricostruito dagli allestitori a grandezza naturale. Il percorso della mostra si snoda attraverso due linee principali: una di tipo cronologico che racconta le diverse esperienze formative di Hopper, dal soggiorno parigino alla prima attività come grafico e illustratore, fino alla maturità artistica senza più allontanarsi dagli Usa e l’altra di tipo tematico in cui si concentra l’essenza della produzione dell’artista.

Inoltre i pezzi esposti appartengono a tutti gli ambiti di tecnica artistica coltivati da Hopper. Così accanto ai capolavori realizzati ad olio su tela, come Soir Bleu del 1914, Second Story Sunlight del 1960 e i dipinti in cui la sua modella, la moglie Josephine, esprime quel senso di attesa che tanto caratterizzano la produzione dell’artista (Morning Sun e A Woman in the Sun), si potranno ammirare le tante incisioni e soprattutto la moltitudine di disegni e schizzi a matita, carboncino o penna, di cui fanno parte soprattutto i moltissimi studi preparatori per le opere poi realizzate su tela. Ed è proprio quest’ultimo aspetto ad essere uno degli elementi più interessanti e significativi della mostra. Infatti non è usuale vedere esposti a fianco a un’ opera  i bozzetti da cui l’opera stessa è nata. E ciò a dimostrazione della meticolosità di quest’ artista che, oltre ai differenti punti di vista, sperimentava anche diverse possibili soluzioni cromatiche, annotando sui disegni dove apporre i differenti colori. Sorprendente esempio è il The Sheridan Theatre (1937) accompagnato da ben 14 disegni preparatori. Una tecnica questa che gli derivava dalla forte attenzione per la realtà, dalla continua osservazione dell’esperienza quotidiana che gli ha consentito di creare delle tele che, anche quando vuote di figure umane, hanno fatto della luce la protagonista principale. Una luce capace di riempire lo spazio e il tempo, diventando un efficace mezzo comunicativo di emozioni, sentimenti e sensazioni. Infine, c’è anche da sottolineare che queste sue caratteristiche artistiche e le inquadrature, la luce, le ombre, i colori, le vedute urbane e sub-urbane hanno avuto un forte peso sull’arte cinematografica del xx secolo.

Di a.furci

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